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Il
silenzio della parola, ovvero la poesia della grande scrittrice americana
Emily Dickinson tradotta nell'espressività gestuale e corporea
della danza, nella silente eloquenza del linguaggio visivo. Due azioni
- scrittura e gesto - due mondi - quello della danza e della poesia -
che si muovono all'unisono rompendo i tradizionali codici interpretativi/rappresentativi.
In questa produzione Emily Dickinson è visitata dalla danza per
la carnalità con cui la poeta ha saputo abitare lo spirito, restituendone
l'origine nei sensi, nel corpo sessuato, in una natura mutevole e volitiva,
nell'imperfetto-perfetto giocherellare del tempo. Il suo segno è
già di per sé una danza concettuale sulla pagina, con ritmi
sincopati che sembrano anticipare quelli del jazz - nonostante scrivesse
in un contesto storico e geografico, dell'America del XIX secolo, che
negava alle donne vari spazi di identità. Dunque la pagina si pone
con Emily come lo spazio che sa accogliere il corpo, il suo dotto argomentare,
il suo dialogare con il mondo. |